di Mario Cardinali
E dunque eccolo, il fascismo di Vannacci, sintetizzato nel programma del suo Futuro Nazionale: non le camicie nere d’antan ma le sue idee d’un’umanità di diseguali, di dominati e di dominatori riportate alla ribalta dell’attualità, il florilegio della sua cultura di generale dei parà nazionalista e ultraconservatore, la summa di quanto l’eterno fascismo incardinato nella storia dell’homo italicus – in una col clericalismo, il militarismo e la mafiosità – continua a riproporre ad ogni minaccia grave agl’interessi dei detentori del potere e delle ricchezze annesse, i padroni come si diceva un tempo: un programma che rivendica ed esalta a orgoglio di patria il militarismo, il razzismo, l’inferiorità della donna, dei diversi di pelle, di religione e di storia, l’omofobia, il sovranismo, il nazionalismo, il controllo d’autorità dei diritti civili e delle libertà personali e di quant’altro non compreso nell’idea di romanità, quella dei Cesari che imponevano il loro dominio con la legge del più forte a fil di daga.
Si potrebbe anche riderne, come se ne ride col sarcasmo del nostro Ferrini a pagina 8, ma qui la faccenda sta diventando seria, molto seria.
Se un siffatto generale dei parà, che certo ai suoi uomini non predicava fratellanza e pace, ha potuto addirittura confermare in un partito politico la sua propensione a un mondo al contrario da rimettere sulla diritta via, quella d’una regressione storica e umana che si chiama ritorno al fascismo, comunque lo si voglia intendere, senza dubbi e senza ipocrisie, bisognerà pur rimettere in discussione il famoso grado di democraticità delle nostre forze armate.
Non di tutte, certo, ma veniamo da una storia di postfascismo postbellico con stragi di civili e tentati colpi di stato con militari anche d’altissimo grado implicati in vario modo, e mai come in questo caso la storia è maestra di morte, oltre che di vita.
La morte, pensa un po’, della democrazia.




