di Mario Cardinali
Si chiamava Giulio, era un vecchio anarchico fiorentino, leggeva il Vernacoliere. E quasi ogni mese mi scriveva i suoi lapidari commenti e i suoi rapidi sfoghi personali, chiusi immancabilmente dalla solita frase, il suo bisogno d’un futuro sognato: “E quando arriverà, la rivoluzione sarà tremenda”.
Un vae victis che racchiudeva minaccia e speranza, la rivincita degli ultimi, il riscatto vindice degli oppressi.
Roba d’altri tempi, di quando c’era ancora una filosofia sociale a giustificare attese che non parevano solo illusorio messianismo, nel loro storico bisogno d’una realizzazione infine vera, un’umanità di uomini tutti uguali nella necessità di vivere la vita. La vita di tutti per tutti.
Oggi, ai delusi e ai disperati resta solo la disperazione rassegnata, l’accettazione quasi inconscia d’una sconfitta nella carne e nella mente, il trionfo d’un capitalismo feroce che insaziabile Moloc ti s’erge davanti a fauci spalancate e di tutto fa cibo nei pensieri e nelle azioni degli ultimi fuggitivi dall’immane divorare, e i corifei di stampa e di televisione, di politica e di fede, di borse e di commerci, eccoli ogni giorno laudatori sempre più glorificanti, seduti o in attesa di sedersi anch’essi in qualche modo al tavolo delle convenienze, delle spartizioni, delle tessere di partito, di loggia, di cosca, di parrocchia e di quant’altro documenti la fida accettazione del sistema.
E invocano perfino l’armi, i laudatori, a protezione e fortificazione di quel sistema, nelle guerre al sistema necessarie e nelle guerriglie di piazza ora che nelle piazze sono scesi gli studenti e i senzacasa, nuove masse di protestatari che rivoluzionarie non sono ma minacciano anch’esse la tranquillità di chi le scuole perbene ha da frequentarle sicuro anche nell’apprendimento degl’interessi dei padroni, come minaccioso per gl’interessi acquisiti è chi le case coi muri e col tetto le reclama come diritto costituzionale.
E quando in piazza scenderanno infine anche i parenti degl’innumeri incessanti vittime dei delitti di lavoro – che i laudatori del sistema chiamano incidenti e i telegiornali mettono soporiferi in fondo ai notiziari poco prima delle vicende sportive che subito eccitano ben altri interessi a norma di sistematica distrazione – e magari si faranno sentire anche le folle di malati impossibilitati a pagarsi la dilagante sanità privata e le massaie percuoteranno i péntoli in fitti cortei vocianti rabbia per il carovita in continua ascesa e gli automobilisti si bloccheranno in mezzo di strada a pigiare sui clacson contro il continuo asfissiante rincaro dei carburanti, solo allora il governo dei padroni si deciderà infine all’intervento risolutore chiamando i governati all’ordine decisivo delle armi, magari dichiarando ufficialmente una delle guerre in cui la Patria è già compartecipe e presente.
E si capirà allora, a riconoscenza grata, perché tanto i padroni hanno insistito e continuano a insistere con le spese dissanguanti per la difesa cosiddetta, in prudente previsione di mandare un bel po’ di patrioti – non sia mai che non amino la patria – a vincere o morire.
E te non gli volevi nemmeno assicurare le bombe necessarie, col codardo pretesto che ben più necessarie dei miliardi dirottati nelle casse dei fabbricanti di missili e carrarmati – che certo non resteranno insensibili al do ut des di routine – erano le spese per la scuola, per la sanità, per le case, per la sicurezza sul lavoro e per il carovita?




