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L'editoriale - Senza peli sulla lingua 

LA GUERRA PERBENE
E IL CRIMINE FARABUTTO

di Mario Cardinali

Puntuali come ad ogni ribollire d’armi guerresche e di connessa macelleria umana – oggi con l’Ucraina in particolare – riecco a tener banco i crimini di guerra. E tutti di nuovo a inorridire, a sentire fin nel profondo di sé la civiltà ferita. Ché non è più civile, non appartiene più al consorzio umano chi si macchia di crimini di guerra. E tu ti ritrovi allora a domandarti – se il cervello e l’anima non te l’hanno già imbambolati tutti – se non sia già di per sé un crimine, la guerra, con gl’immensi lutti che cagiona. E di nuovo riecco allora i sacralizzati depositari della verità –d’istituzione o di stampa o di televisione o di quant’altro ci sia a dettarci le regole del gioco – a nuovamente assicurarti che no, la guerra è un’altra cosa, regolata com’è da apposite convenzioni internazionali, proprio quelle che il crimine di guerra invece non rispetta. Diconsi crimini di guerra – recita infatti anche la terminologia ufficiale – “le azioni disumane commesse in periodo di guerra in violazione delle norme internazionali: eccidio di ostaggi e di prigionieri di guerra, maltrattamenti di feriti e di malati”. Cui si aggiungono i cosiddetti crimini contro l’umanità: “il genocidio, la strage, la riduzione in schiavitù, la deportazione, la persecuzione di popolazioni civili o gruppi sociali per motivi politici, religiosi, razziali o culturali”. E ce lo inculcano fin da ragazzini che mentre una bomba sganciata dall’alto dei cieli su una popolazione magari anche inerme è normale atto di guerra, spicinìo di corpi compreso, una strage invece tipo Bucha o anche una bomba fatta esplodere a casaccio fra la gente, al di fuori d’ogni stato di guerra dichiarata e magari da un singolo individuo, è atto di terrorismo atroce. Crimine di guerra la strage, crimine fuori dalle regole la bomba terrorista. E nel dircelo fin da piccini, fin da piccini ci abituano ai giochini similguerreschi con i carrarmatini e tant’altre miniature di mezzi bellici come si conviene, e ce lo ripetono poi da grandi insegnandoci di guerre giuste e ingiuste, di guerre per la patria e per l’onore, di guerre inevitabili a risoluzione di conflitti internazionali. E gl’infiniti morti provocati, se son morti nei modi normalmente previsti nelle guerre, sono normali anch’essi, militari al fronte e civili nelle retrovie, giovani e anziani e uomini e donne e frotte di bambini ma tutti caduti infine per la patria, qualunque cosa voglia dire, e compresi ovviamente i profitti anch’essi normali di chi sulle guerre ci specula e c’ingrassa, a principiare dai fabbricanti e trafficanti d’armi. Con la “sacralità” del tutto a spiritualmente qualificare doveri e sacrifici estremi, come civiltà comanda. Ché questo caratterizza infine la civiltà: ammazzarsi di guerre sì, ma non più in bestiali macelli come nei bui tempi antichi, privi dei nobili ideali – anche dio patria e famiglia perché no – poi sopravvenuti a definire cos’è il morire in guerra da esseri civili. Così c’insegnano, così continuano a insegnarci. Con la “cultura” della guerra come evento luttuoso sì, ma i cui lutti, pur sgomentevolmente immensi, s’iscrivono infine nell’albo dell’onore. I lutti invece dei crimini di guerra quell’onore feriscono, offesa come sono per le pattuite intese su come ci si deve fra umani massacrare. E ciò che eventualmente possa da quelle intese in qualche modo deviare e magari anche suscitare sdegno per lutti incomprensibilmente inutili e disumani, non crimine di guerra anch’esso ha da essere ingenerosamente definito, ma solo “effetto collaterale”, certo non voluto ma pur sempre iscritto nella guerra regolare. La guerra normale, guerra perbene opposta alla furfanteria della strage criminale. A sancire una normalità del male che Male però non è, secondo scienza e coscienza di chi detiene il potere di definire il Bene.

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